Intervista a Luisella Valtorta di Dilmos



Le cronache degli anni 80 raccontano il mondo del design milanese con toni epici, per sperimentazione di linguaggi e giro d'affari. L’economia galoppa, la pubblicità divampa, mentre il design diventa stile di vita, comunicazione e l’industria sembra mettersi al servizio dei grandi designer.

Lo spazio espositivo Dilmos, in via Solferino a Milano, nasce nel 1980 all’alba di un'era di estasi, quasi di ossessione per la forma e il linguaggio. Ne parliamo con Luisella Valtorta, titolare dello show-room che ha ospitato e ospita importanti nomi del design internazionale. Luisella racconta il percorso di ricerca di Dilmos, il passaggio da rivenditore a spazio espositivo con la prima mostra di Mendini (1985), le collaborazioni con gli autori e il costante impegno a promuovere l'autoproduzione nel design.
LTVs, Dilmos, Lancia TrendVisions
Quali sono le prerogative della vostra ricerca?
Dagli anni 80 lavoriamo sulla poetica dell'oggetto, un aspetto fondamentale per fare design. Oggi anche il mondo dell'industria si avvicina alla poetica, approccio assente dagli anni 90 ai primi anni Zero. Purtroppo viviamo ancora il retaggio di quel periodo, durante il quale il design, concentrandosi sul marketing, è diventato "prodotto" e l'uomo è diventato "utente". Ma qualcosa sta cambiando, in meglio.
Un altro aspetto che ci distingue è il nostro modo di fare mostre. Per Dilmos è infatti importante lavorare sulle differenze linguistiche degli autori, contrasti che creano un dialogo fra voci autoriali diverse.
LTVs, Dilmos
Con quali aziende riuscite a lavorare sul concetto di poetica?
Un esempio è il lavoro che facciamo con la ditta Edra, brand industriale che collabora con Humberto e Fernando Campana, due autori dalla forte personalità. Anche la Moroso ha la sua poetica, ma per fare un esempio lampante basti pensare alla collaborazione fra Alessi e il grande Alessandro Mendini, con cui realizzammo la mostra "Interno di un interno", poi ripresa dal Groninger Museum.

Quali sono le tappe fondamentali nella storia di Dilmos?
Nel 1980 inauguriamo come spazio espositivo di mobili di design. Da allora scegliamo oggetti emblematici del design moderno e mobili prodotti da aziende che esprimono la contemporaneità.
A partire dal 1985, che coincide con una mostra dedicata ad Alessandro Mendini, Dilmos inizia ad affiancare allo spazio espositivo l'organizzazione di mostre per interagire sempre più direttamente con i designer. Un impegno che nasce dalla crescente constatazione del valore e del significato delle poetiche dell'oggetto.
Avvicinarmi all'autore e capire chi è l'uomo dietro l'opera è stata per me un'esigenza personale di crescita. Fare solo il rivenditore non mi bastava più, volevo capire e raccontare le dinamiche più umane dietro il design attraverso esposizioni d'autore.
Fra le più importanti ci sono "Interno di un interno" (1991) di Alessandro Mendini e "Differenze" (1988) nella quale abbiamo coinvolto Ettore Sottsass e Alessandro Mendini, Andrea Branzi e Paolo Deganello, Denis Santachiara e Ugo Marano. Ogni designer doveva progettare la metà di un tavolo. Ettore Sottsass, per esempio, lavorò con Mendini. Ciascuno sapeva con chi avrebbe lavorato ma non cos'avrebbe realizzato. Avevano solo due misure da rispettare (larghezza e spessore) e noi abbiamo uniti i pezzi.
dilmos
Come sono cambiate le motivazioni di fare design sperimentale e limited edition dagli anni 80 a oggi?
Sono completamente diverse perché la comunicazione è cambiata. Gli autori di design stranieri affermati fanno comunicazione seguendo un percorso strutturato e con un metodo preciso. Prima di esporre in una galleria di design fanno la mostra in un museo, un'istituzione che può dare loro forza e sostegno.
Tornando alle università, invece, i mobili bruciati di Maarten Baas, erano una tesi di laurea alla facoltà di design di Eindhoven, che l'ha aiutato ad avviare una carriera.
Oggi nei sistemi più organizzati c'è una sostenibilità di percorso: una struttura per aiutare i designer capaci e un metodo di lavoro che insegna loro a pianificare e realizzare i propri progetti. Ciò significa che queste istituzioni hanno a cuore il futuro dei propri talenti. I designer che si formano in questo modo hanno metodi che rendono faticoso il lavoro anche a noi, ma che ci arricchiscono e creano uno scambio di saperi. Ho potuto confrontare il modo di lavorare di autori italiani e stranieri, e quello di questi ultimi è molto più rigoroso.
dilmos
Dilmos ha sempre promosso l'autoproduzione nel design?
Certamente. Io potrei ritenermi la madrina dell'autoproduzione in Italia. La prova è il testo Design e autoproduzione curato per noi da Clara Mantica nel 2005.

Arriviamo agli autori che ospitate oggi da Dilmos: cosa vi ha attirato del lavoro di Studio Job?
Il loro lavoro oscilla tra design e arte propria. Per anni la forma ha dettato la funzione, ma Studio Job sembrava andare in una direzione opposta, stupendoci con fiabe ed elementi decorativi. Hanno dato così vita a un'opera irriducibile, ogni anno arricchita da un nuovo capitolo.
dilmos
E Pieke Bergmans?
Mi è piaciuto molto l'elemento di contaminazione presente nella sua opera. Con una specie di virus ha contaminato diversi oggetti di design bruciandoli o fondendoli. È un lavoro molto diverso e più viscerale dello studio Job. Studio Job è riuscito a spaziare anche nell'industrial, Pieke non ancora.
L'inglese Peter Marigold è un altro designer che mi piace molto, lavora con noi autoproducendosi e insiste sul concetto del doppio. Altri autori interessanti per la loro freschezza sono gli inglesi Raw Edges, che hanno realizzato un video dove mostrano come hanno costruito il loro pezzo.
dilmos
Le scuole dove si fa più ricerca?
Alla Design Academy di Eindhoven, alla Ècal di Losanna e al Royal College of Art di Londra. Sono scuole di pensiero diverse da quelle italiane e si basano su due principi diversi dai nostri: la sperimentazione e il laboratorio. I loro sono istituti strutturati, hanno il sostegno forte delle istituzioni, del mondo del lavoro, selezionano i nuovi talenti e gli studenti giustamente sfruttano queste opportunità.
In Italia, purtroppo, quest'offerta è molto limitata. La colpa non è degli studenti, ma delle scuole che non hanno ancora capito cosa vogliono dire. Da noi, chi ce la fa forse è un vero fuoriclasse, perché deve cavarsela da solo e perché, in assenza di un pensiero guida forte, deve trovare da solo le sue coordinate. E non dimentichiamo che i grandi italiani del passato furono soprattutto autodidatti.
Gli studenti che hanno fatto più ore di laboratorio partono con una marcia in più nel lavoro e nel loro percorso in generale. Questa è la differenza tra le nostre scuole e le loro.
Quindi le scuole italiane devono fare una riflessione, smettere di arroccarsi e aprire la comunicazione con l'esterno, come succede a Londra, Eindhoven e Losanna. In Italia si fanno al massimo le mostre, ma è troppo poco.
Ci vuole un cambiamento nelle scuole di design italiane. Io credo che questo scatto in avanti ci sarà, perché abbiamo la storia, i nomi e la cultura per farlo, ma bisogna anticiparlo, perché il design può essere di vario tipo, non solo industriale.
dilmos
Come fare questo scatto in avanti?
Devono entrare persone con un pensiero nuovo. Siamo ancora rilegati a un mondo accademico vecchio e lento. Ci vogliono laboratori e workshop con professionisti del settore, non solo accademici. L'insegnamento non basta più. Dal 2000 c'è stato un cambiamento che è partito dall'Olanda ma non è arrivato in Italia. Qui tutto è diviso ancora in blocchi: scuola, industria e autoproduzione. Invece dobbiamo capire che sono vasi comunicanti di un discorso condiviso e vanno uniti per dare un futuro al nostro design.
dilmos
E voi come fate ricerca?
Andiamo per manifestazioni in tutto il mondo. Siamo molto attenti a quello che succede. È fondamentale non stancarsi mai di guardarsi intorno e guardare tutto, ricercare e provare a capire qual è il progetto e l'uomo che c'è dietro. L'arte contemporanea rimane il mio spazio d'esplorazione preferito. A Milano, per esempio, c'è un posto molto interessante, lo Spazio no profit Via Farini, oltre alle varie gallerie famose come Massimo De Carlo.
dilmos
Esiste ancora il talento nascosto che non riesce a emergere?
Oggi le persone che hanno qualcosa da dire sono al loro posto, e sanno come lavorare. Non credo più nel genio nascosto. Come non credo nel designer o nell'artista bohémien. Non esiste l'autore nascosto. Se non emerge è perché o non ci crede o il suo lavoro non è ben reputato.
Consiglio di non smettere mai di lavorare, se si crede davvero in ciò che si fa, perché chi smette non è un vero appassionato. L'altro consiglio è di tenere gli occhi aperti ed essere curiosi di tutto.
Trovo interessante anche lo stile di vita e di pensiero "on the road", di chi si muove per continuare a conoscere e imparare.
dilmos
Di quali oggetti abbiamo bisogno oggi?
Abbiamo grande bisogno di oggetti che mettano al centro l'uomo come simbolo di essere vivente e la qualità del suo abitare.

Qual è la vostra idea dell'abitare?
La casa è fondamentale per l'uomo, è un nostro momento d'intimità. Noi partiamo dal principio che se acquistiamo degli oggetti per la casa, lo facciamo perché ci piacciono e rispecchiano la nostra idea di bello, non perché sono convenienti. In questo senso Ikea ha rovinato il design. Loro spacciano oggetti di poco valore per design e non investono per nulla in ricerca e nei giovani. Si può trovare un oggetto che costa poco, ma è fondamentale che piaccia davvero, che crei una relazione con te e con chi ospiti in casa. All'Ikea compriamo oggetti usa e getta solo perché costano poco.

Il vostro rapporto con i clienti?
Alcuni nostri clienti sono compagni di percorso da più 20 anni ed è bello crescere insieme. Io conosco personalmente i clienti, gli autori e gli spazi dove vengono inseriti. Siamo una delle poche entità milanesi che cerca una relazione vera con i suoi interlocutori, e questo è un grosso pregio di Dilmos, anche se comunque tutto deve avere un ritorno economico.
Dilmos ha un suo percorso, metodo e integrità, fatta con sincerità e passione.
dilmos
Un buon proposito per il futuro del design?
La bellezza ci salverà. Negli ultimi 20 anni abbiamo perso l'obiettivo dell'uomo, la sua ricerca estetica, armonica, la dignità del suo pensiero e il suo bisogno di creare legami con gli altri. Il design deve alimentare questi nostri bisogni fondamentali. Riattiviamo il cuore e la mente delle persone. Facciamole pensare di più.
dilmos
Foto © Dilmos

commenta >>







 
 
 

newsletter subscription

Tieniti aggiornato sulle ultime notizie di Lancia TrendVisions e iscriviti alla nostra newsletter settimanale.
Riceverai tutte le novità sui trend del momento, il meglio di fashion, design e lifestyle, le interviste ai protagonisti ed esperti di settore.




    ita  eng   fra
 

 
up&more
Caparbio o versatile?


 
trend wall
Gli spunti dei TrendHunter
trend wall
Facebook  Facebook
RSS Lancia TrendVisions
RSS LTVs Trendwall
Lancia