Intervista a Milton Glaser
"Io non sono un graphic designer". È serissimo Milton Glaser quando pronuncia queste parole, così serio da metterci soggezione. Certo lui è un illustratore, un artista prima di tutto. E l'immagine più potente che ci viene in mente – oltre alle migliaia da lui prodotte – è il Presidente Obama che nel 2009 gli assegna la National Medal of Arts, vinta per la prima volta da un graphic designer, appunto.
Milton Glaser ha 82 anni, una vita passata a disegnare: grafica, interni, oggetti e illustrazioni. Le sue opere-icona hanno fatto la storia e sono state esposte al MoMA di New York e al Centre Pompidou di Parigi. Ma lui ci tiene a sottolineare che: "Arte e design non sono la stessa cosa". Sempre più spesso sono scambiati per convenienza, interesse, ignoranza o superficialità, come se i loro confini fossero indistinti. Ma Glaser qui è vigile, e ci ricorda che le differenze esistono, eccome. "Ed è importante che la gente torni a domandarsi e scoprire quali sono". Perché se il design è fatto di committenze e compromessi, “l’arte”, spiega, “quando non è ingabbiata dal mercato è uno dei mezzi che l’uomo ha sempre usato per sopravvivere, non per fare soldi. Molti per strada dicono di essere artisti, ma la Storia potrebbe avere un'altra opinione".
Non male come inizio provocatorio (o finalmente realista?), ma aspettate di leggere il resto dell'intervista, a cominciare da un assaggio della sua filosofia, concentrato in questo suo decalogo.
Se guardiamo all'enorme mole di lavori che ha realizzato, quale strada pensa che abbia preso il suo modo di fare design?
Sta andando verso ciò che non conosco. Perché la sola cosa che mi interessa del design come lavoro è scoprire il suo significato profondo. Ma per farlo non basterebbe una vita intera, perché quel significato è impossibile trovarlo. Ho vissuto disegnando e ancora non ho idea di cosa stia esattamente facendo. E spero di non capirlo mai.

In una società ipertecnologica come la nostra, mano e cervello sono diventate due entità sempre più separate. Quali sono i riflessi in attività come il graphic design e l'illustrazione?
Tutte le domande sul cervello sono molto interessanti, perché di base non hanno una risposta. Ma la relazione fra il pensiero – che io reputo un fatto miracoloso – e l'azione pratica è sorprendente. Cosa succede quando il pensiero è trasmesso dal cervello, lungo il braccio, alla mano? Come si trasforma in azione che muove la mano? La mano non è indipendente, possiede anch'essa un cervello. Nessuno ha compreso questa relazione, la intuisci solo quando sei all'opera. Il fare è qualcosa di miracoloso, e la relazione fra mano, sistema nervoso e cervello è indecifrabile. Quindi questo genere di domande è meglio non porsele...

Lei ha studiato Belle Arti a Bologna con l'artista Giorgio Morandi. Qual è stata la sua lezione più importante?
L'impegno. Ricordo Morandi che insegnava a un gruppo di ragazze, non studentesse d'arte ma semplici liceali, i rudimenti dell'incisione all'acquaforte. Non avevano idea di cosa lui stesse parlando, ma quello che Morandi riusciva a trasmettere sempre, anche il quell'occasione, era la sua passione e il suo impegno. Ovvero ciò che gli permetteva di entrare in classe, insegnare, uscire, andare a casa e cominciare a lavorare. Poi un pasto frugale e ancora al lavoro. Tutta la sua vita era lavoro. Non desiderava altro. Non voleva sesso, soldi o fama. Tutto ciò che voleva era lavorare. Una grande lezione.

E quali sono i valori che cerca di tramettere ai suoi studenti?
Fare attenzione a ciò in cui decidono di credere. La mia frase preferita è: "Ciò in cui credi ti chiude la mente". Più sei appassionato di un determinato soggetto – religione, bellezza, sesso, qualsiasi cosa – e più sospetti dovresti avere sulla tua credenza.
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Lei ha studiato arte. Volevamo chiederle: in base alla sua formazione e alla sua cultura, cosa significa per lei il termine "belle arti"?
Innanzitutto bisogna comprendere la ragione sociale che sta alla base della distinzione fra i termini "arti" e "belle arti". In metallurgia, la parola inglese "fine" (il corrispettivo inglese di "belle arti" è fine arts, NdR) significa raffinare l'oro, scaldarlo fino al punto in cui ogni impurità è rimossa. Spesso si pensa che "belle" significhi genericamente "piacevole", "grazioso", "ben fatto". Ma la domanda che dovremmo porci invece è: quali sono le impurità dell'arte? Perché se l'arte è che quel mezzo che l'uomo usa per sopravvivere, allora l'impurità è tutto ciò che impedisce la sopravvivenza. Invece bisognerebbe usare la parola "belle" per ogni lavoro artistico che ci permette di vedere la realtà in modo diverso. E questo lavoro può essere un vaso, un oggetto in ceramica e molto altro. Non dev'essere per forza un quadro o un'illustrazione. Anzi, io penso che la maggior parte dei quadri non sia arte perché non produce questo effetto. Se non trasforma l'immaginazione dell'osservatore o non gli permette di porsi la domanda: "Ma cosa sto guardando?", oppure: "È reale ciò che sto guardando?", allora non è un'opera di "belle arti", ma è qualcos'altro.
C'è molta confusione sull'arte. Infatti oggi il solo motivo per cui la gente parla d'arte è il denaro. Quanto è quotata un'opera d'arte? E sappiamo che questo è tutto il contrario della vera funzione dell'arte.

In che modo l'arte si lega così strettamente alla sopravvivenza?
Spero di essere compreso: la ragione sta nel fatto che l'arte è un mezzo per conoscere cos'è davvero reale. L'arte è un meccanismo per cui quando guardo un tuo ritratto, sto guardano proprio te. E se il ritratto è stato realizzato da Piero della Francesca, sarò in grado di osservarti in un modo nuovo, prima impossibile. L'arte è quel mezzo attraverso il quale riconosciamo ciò che è reale, e questo è il suo unico e vero scopo. Tutto il resto è decorazione.

Da anni quella del designer è una professione che affascina molti. Oggi è infatti una delle facoltà più gettonate. Com'è cambiato il mercato del design e quale consiglio dà lei a un neo laureato in design?
L'economia cambia tutto, ma l'unica cosa che non riesce a scalfire è l'impegno di un artista verso il suo lavoro, perché questo è fondamentale per lui. Ho passato la maggior parte della mia vita a lavorare con passione e forse proprio così le ho dato un senso.
Il mio consiglio, in ogni condizione di mercato, è di fare sempre il proprio meglio. C'è solo uno scopo nel design: fare un buon lavoro. Questa è una costante. E non dipende dal fatto che tu abbia successo o fallisca, che ti arricchisca o meno, o che ti faccia diventare famoso o meno. Queste sono variabili indipendenti su cui non potrai avere molto controllo.
A Giorgio Morandi interessava solo fare un buon lavoro, così gli ha dedicato la vita. Io non desidero essere il designer più importante o avere i clienti più ricchi per poi avere maggior reputazione e andare ai party. Questa non è la mia vita, ma è la vita di molta gente che lavora nella pubblicità, nella promozione e in altri settori che dipendono da bellezza, successo e denaro. È uno stile di vita possibile, se ti piace il mondo di Hollywood. E questa è l'aspirazione di molti designer, per cui il design significa avere fascino, successo e apparire nelle foto. Se è quello che vuoi, prendilo. Ma non è quello che tutti desiderano.

Nel suo libro Art is Work ha scritto che all'inizio il suo famosissimo logo "I ♥ NY" era stato pensato come qualcos'altro. Cosa?
Era un oggetto tipografico semplicissimo: due rombi, di cui uno conteneva la parola "I love". Ma erano due elementi tipografici diversi, un risultato davvero poco interessante.

Cosa dà ancora senso al suo mestiere d'artista?
La peggior ragione per cui lavorare è il denaro. Ma il mondo del lavoro si basa sul denaro. Allora devi scoprire il tuo rapporto esistenziale con la fama, il successo e il denaro. È fondamentale confrontarsi con questi temi per capire chi sei e cosa ti rende felice nella vita. Non c'è momento che mi rende più felice di quando mi metto a disegnare sul mio tavolo e quando faccio qualcosa per la prima volta. È tutto quel che so.



miltonglaser.com
Milton Glaser ha 82 anni, una vita passata a disegnare: grafica, interni, oggetti e illustrazioni. Le sue opere-icona hanno fatto la storia e sono state esposte al MoMA di New York e al Centre Pompidou di Parigi. Ma lui ci tiene a sottolineare che: "Arte e design non sono la stessa cosa". Sempre più spesso sono scambiati per convenienza, interesse, ignoranza o superficialità, come se i loro confini fossero indistinti. Ma Glaser qui è vigile, e ci ricorda che le differenze esistono, eccome. "Ed è importante che la gente torni a domandarsi e scoprire quali sono". Perché se il design è fatto di committenze e compromessi, “l’arte”, spiega, “quando non è ingabbiata dal mercato è uno dei mezzi che l’uomo ha sempre usato per sopravvivere, non per fare soldi. Molti per strada dicono di essere artisti, ma la Storia potrebbe avere un'altra opinione".
Non male come inizio provocatorio (o finalmente realista?), ma aspettate di leggere il resto dell'intervista, a cominciare da un assaggio della sua filosofia, concentrato in questo suo decalogo.
Se guardiamo all'enorme mole di lavori che ha realizzato, quale strada pensa che abbia preso il suo modo di fare design?
Sta andando verso ciò che non conosco. Perché la sola cosa che mi interessa del design come lavoro è scoprire il suo significato profondo. Ma per farlo non basterebbe una vita intera, perché quel significato è impossibile trovarlo. Ho vissuto disegnando e ancora non ho idea di cosa stia esattamente facendo. E spero di non capirlo mai.

In una società ipertecnologica come la nostra, mano e cervello sono diventate due entità sempre più separate. Quali sono i riflessi in attività come il graphic design e l'illustrazione?
Tutte le domande sul cervello sono molto interessanti, perché di base non hanno una risposta. Ma la relazione fra il pensiero – che io reputo un fatto miracoloso – e l'azione pratica è sorprendente. Cosa succede quando il pensiero è trasmesso dal cervello, lungo il braccio, alla mano? Come si trasforma in azione che muove la mano? La mano non è indipendente, possiede anch'essa un cervello. Nessuno ha compreso questa relazione, la intuisci solo quando sei all'opera. Il fare è qualcosa di miracoloso, e la relazione fra mano, sistema nervoso e cervello è indecifrabile. Quindi questo genere di domande è meglio non porsele...

Lei ha studiato Belle Arti a Bologna con l'artista Giorgio Morandi. Qual è stata la sua lezione più importante?
L'impegno. Ricordo Morandi che insegnava a un gruppo di ragazze, non studentesse d'arte ma semplici liceali, i rudimenti dell'incisione all'acquaforte. Non avevano idea di cosa lui stesse parlando, ma quello che Morandi riusciva a trasmettere sempre, anche il quell'occasione, era la sua passione e il suo impegno. Ovvero ciò che gli permetteva di entrare in classe, insegnare, uscire, andare a casa e cominciare a lavorare. Poi un pasto frugale e ancora al lavoro. Tutta la sua vita era lavoro. Non desiderava altro. Non voleva sesso, soldi o fama. Tutto ciò che voleva era lavorare. Una grande lezione.
E quali sono i valori che cerca di tramettere ai suoi studenti?
Fare attenzione a ciò in cui decidono di credere. La mia frase preferita è: "Ciò in cui credi ti chiude la mente". Più sei appassionato di un determinato soggetto – religione, bellezza, sesso, qualsiasi cosa – e più sospetti dovresti avere sulla tua credenza.
.jpg)
Lei ha studiato arte. Volevamo chiederle: in base alla sua formazione e alla sua cultura, cosa significa per lei il termine "belle arti"?
Innanzitutto bisogna comprendere la ragione sociale che sta alla base della distinzione fra i termini "arti" e "belle arti". In metallurgia, la parola inglese "fine" (il corrispettivo inglese di "belle arti" è fine arts, NdR) significa raffinare l'oro, scaldarlo fino al punto in cui ogni impurità è rimossa. Spesso si pensa che "belle" significhi genericamente "piacevole", "grazioso", "ben fatto". Ma la domanda che dovremmo porci invece è: quali sono le impurità dell'arte? Perché se l'arte è che quel mezzo che l'uomo usa per sopravvivere, allora l'impurità è tutto ciò che impedisce la sopravvivenza. Invece bisognerebbe usare la parola "belle" per ogni lavoro artistico che ci permette di vedere la realtà in modo diverso. E questo lavoro può essere un vaso, un oggetto in ceramica e molto altro. Non dev'essere per forza un quadro o un'illustrazione. Anzi, io penso che la maggior parte dei quadri non sia arte perché non produce questo effetto. Se non trasforma l'immaginazione dell'osservatore o non gli permette di porsi la domanda: "Ma cosa sto guardando?", oppure: "È reale ciò che sto guardando?", allora non è un'opera di "belle arti", ma è qualcos'altro.
C'è molta confusione sull'arte. Infatti oggi il solo motivo per cui la gente parla d'arte è il denaro. Quanto è quotata un'opera d'arte? E sappiamo che questo è tutto il contrario della vera funzione dell'arte.

In che modo l'arte si lega così strettamente alla sopravvivenza?
Spero di essere compreso: la ragione sta nel fatto che l'arte è un mezzo per conoscere cos'è davvero reale. L'arte è un meccanismo per cui quando guardo un tuo ritratto, sto guardano proprio te. E se il ritratto è stato realizzato da Piero della Francesca, sarò in grado di osservarti in un modo nuovo, prima impossibile. L'arte è quel mezzo attraverso il quale riconosciamo ciò che è reale, e questo è il suo unico e vero scopo. Tutto il resto è decorazione.

Da anni quella del designer è una professione che affascina molti. Oggi è infatti una delle facoltà più gettonate. Com'è cambiato il mercato del design e quale consiglio dà lei a un neo laureato in design?
L'economia cambia tutto, ma l'unica cosa che non riesce a scalfire è l'impegno di un artista verso il suo lavoro, perché questo è fondamentale per lui. Ho passato la maggior parte della mia vita a lavorare con passione e forse proprio così le ho dato un senso.
Il mio consiglio, in ogni condizione di mercato, è di fare sempre il proprio meglio. C'è solo uno scopo nel design: fare un buon lavoro. Questa è una costante. E non dipende dal fatto che tu abbia successo o fallisca, che ti arricchisca o meno, o che ti faccia diventare famoso o meno. Queste sono variabili indipendenti su cui non potrai avere molto controllo.
A Giorgio Morandi interessava solo fare un buon lavoro, così gli ha dedicato la vita. Io non desidero essere il designer più importante o avere i clienti più ricchi per poi avere maggior reputazione e andare ai party. Questa non è la mia vita, ma è la vita di molta gente che lavora nella pubblicità, nella promozione e in altri settori che dipendono da bellezza, successo e denaro. È uno stile di vita possibile, se ti piace il mondo di Hollywood. E questa è l'aspirazione di molti designer, per cui il design significa avere fascino, successo e apparire nelle foto. Se è quello che vuoi, prendilo. Ma non è quello che tutti desiderano.

Nel suo libro Art is Work ha scritto che all'inizio il suo famosissimo logo "I ♥ NY" era stato pensato come qualcos'altro. Cosa?
Era un oggetto tipografico semplicissimo: due rombi, di cui uno conteneva la parola "I love". Ma erano due elementi tipografici diversi, un risultato davvero poco interessante.

Cosa dà ancora senso al suo mestiere d'artista?
La peggior ragione per cui lavorare è il denaro. Ma il mondo del lavoro si basa sul denaro. Allora devi scoprire il tuo rapporto esistenziale con la fama, il successo e il denaro. È fondamentale confrontarsi con questi temi per capire chi sei e cosa ti rende felice nella vita. Non c'è momento che mi rende più felice di quando mi metto a disegnare sul mio tavolo e quando faccio qualcosa per la prima volta. È tutto quel che so.



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3 commenti | commenta >>
Tim Fl il 14/12/2011
Great Interview. Simplify, simplify, simplify. However: the original Dylan poster did not have the word "Dylan" in the lower corner. Unnecessary. See above.
Great Interview. Simplify, simplify, simplify. However: the original Dylan poster did not have the word "Dylan" in the lower corner. Unnecessary. See above.
Ryan il 12/12/2011
Excellent Interview, I have always looked up to Mr. Glaser's work and this article gives me more hope than ever. It turns out that working for the love of it is truly the way to go.
Excellent Interview, I have always looked up to Mr. Glaser's work and this article gives me more hope than ever. It turns out that working for the love of it is truly the way to go.
4.9/5






















Opera pubblicata sotto una Licenza Creative Commons
Bellissima intervista, quanta verità in "Ciò in cui credi ti chiude la mente". Più sei appassionato di un determinato soggetto – religione, bellezza, sesso, qualsiasi cosa – e più sospetti dovresti avere sulla tua credenza." Grazie!