Intervista a Gaetano Pesce

Quando esiste l'innovazione? "Quando c'è un progresso nel linguaggio, nella tecnica e nell'utilizzo di materiali contemporanei". Parola del designer e architetto italiano Gaetano Pesce, che incontriamo nel suo studio di New York, dove vive e lavora dal 1980.
Leader del Radical Design italiano, Gaetano Pesce è famoso per le sue opere multidisciplinari, sperimentali e anticonformiste. Oggi parte di collezioni permanenti in importanti musei, i suoi lavori sono sempre coerenti con un percorso di ricerca fra unicità della forma e modernità del materiale.
Le sue risposte colgono sempre di sorpresa. Pungenti e spontanee, rivelano una personalità curiosa, attiva nella società e sempre connessa con la realtà. Dai temi costanti che caratterizzano il suo pensiero e le sue opere fino all'attualità, Pesce ci rivela cos'ha imparato in questi oltre cinquant'anni di carriera e cosa lo fa ancora arrabbiare…
Cosa salverà il mondo? Chi si aspettava risposte trite come sostenibilità e pace nel mondo, Gaetano Pesce risponde così: "A salvarci sarà la felicità della creazione e la diversità umana".


Lei di professione è un innovatore. Come organizza la sua ricerca e da cosa trae ispirazione oggi?
La mia non è una ricerca scientifica, non parte da basi organizzate ma da sensazioni che ricevo in genere osservando la strada: come la gente si veste, parla o si muove. Soprattutto a New York, dove succede che persone comuni, di strada appunto, facciano esperienze creative spontanee poi ripetute in altri paesi a distanza di alcuni anni.
Le persone infatti si aiutano con la figurazione per esprimersi, per esempio con i vestiti. Osservarli per me è un modo di pensare a eventuali bisogni nel mondo del design.
Quindi l'ispirazione è per me un fatto casuale frutto dell'osservazione della realtà, di fatti e idee. Per me il design non è un bagaglio di elementi formali. A me interessa veicolare un contenuto o un commento sulla realtà.

Come coniuga innovazione e sostenibilità?
La sostenibilità non m'interessa per nulla. Credo nel progresso e se questo comporta rischi per l'ambiente, ci sarà qualcun altro che li aggiusterà. Pensiamo per esempio all'elettricità. Se ai tempi qualcuno avesse detto: "L'elettricità è un rischio, blocchiamola", avrebbe impedito lo sviluppo del genere umano. Invece, col passare del tempo, data l'importanza dell'elettricità, qualcuno si è preoccupato di stabilire i codici di sicurezza e le norme necessarie.

Quali sono state le tre più grandi scoperte nella sua carriera di designer?
Prima scoperta: la progettazione nell'architettura e nel design non ha nulla a che fare con la decorazione, ovvero con la superficie delle cose.
Seconda scoperta: oggi si deve fare attenzione al significato politico del termine "uguaglianza". Se il mondo si globalizza anche dal punto di vista dell'uguaglianza fra persone, sarà un'enorme perdita. Da che punto di vista? Gli individui diversi fra loro sono individui liberi, hanno modi di pensare autonomi, non sono conformisti. Invece tutti i gruppi che cercano di raccogliere le persone in grandi movimenti di massa – e qui sono polemico – fanno l'appello dei mediocri. Ogni volta che si cerca di creare un gruppo, e ci si mette insieme, il risultato è un compromesso. Gli inglesi dicono che se un gruppo vuole disegnare un cavallo, viene fuori un dromedario, cioè un cavallo fatto male. Secondo me queste accezioni politiche di "gruppo" e "massa" sono storia del passato. 
Questa scoperta ha avuto conseguenze sulla mia idea di produzione in serie. Io nasco nell'epoca moderna della produzione, l'epoca della standardizzazione, che cercava di abbassare i costi e migliorare l'economia. Oggi assistiamo però a un'evoluzione, perché la tecnologia attuale ci permette di produrre pezzi unici. Se prima il pezzo difettoso veniva scartato dalla catena di montaggio, oggi diventa interessante perché, nonostante la repressione della macchina e del volere di chi produce, è uscito mantenendo la propria identità. In tutto il mio lavoro ribadisco che la produzione in serie debba creare serie di pezzi fra loro diseguali.
In futuro, per esempio, anche il mondo dell'automobile, grazie alla tecnologia, permetterà di produrre auto personalizzate a costi contenuti.

E la terza scoperta?
Il "ben fatto", il "perfettamente fatto" è un territorio della macchina. Ma tutto ciò che la macchina ci propone è senza umanità, manca di spirito, è frustrante. Invece per me il "mal fatto" porta l'idea, tipicamente umana, di errore e può aiutare a pensarci tutti in grado di creare con i nostri difetti. Siamo tutti creatori, contrariamente a quello che l'educazione ci insegna. E se creiamo qualcosa diventiamo più felici. L'idea che tutti possiamo esprimere un'innovazione o cercare l'innovazione, potrebbe aiutarci a vivere meglio.

Consigli a un giovane designer in cerca di nuovi materiali con cui esprimersi?
Andate nelle industrie chimiche per osservare chi fa ricerca. Spesso i ricercatori scoprono materiali che non sanno usare, mentre i creatori, più legati al mondo dell'espressione, possono vedere più in là dei tecnici. Purtroppo nelle scuole gli studenti non vengono messi a contatto con i materiali sofisticati.
Anni fa cercavo una ceramica elastica, poi ho trovato un laboratorio a Chicago che realizzava componenti per la punta dello Shuttle, elastici e resistenti alle enormi temperature provocate dall'attrito con l'atmosfera. Era la ceramica che cercavo. Ho scoperto che il materiale esisteva ed era realizzato ai massimi livelli, purtroppo però era troppo costoso. Faccio questo esempio solo per dimostrare che chi cerca, trova.

Oggi le scuole di design sono ancora capaci di insegnare?
Forse nel mondo ci sono scuole interessanti, ma io la penso come Pasolini, che un giorno disse: "Bisogna chiudere tutte le scuole". Gli studenti dovrebbero poter sfruttare i fondi delle scuole per viaggiare nel mondo, così da poter lavorare a fianco dei migliori professionisti che hanno fatto qualcosa d'importante e imparare quello che nelle scuole non s'impara: conoscenze nuove. Bisognerebbe finanziare questi spostamenti. Non credo si possa fare, ma agli studenti va detto di non sperar troppo su quello che imparano nella scuole. Molto s'impara da soli.

Nel design di questi anni quali sono le direzioni per lei più energiche, che parlano con i linguaggi contemporanei e perché?
Come ho già detto, la terza rivoluzione industriale sarà segnata dal prodotto "non standard". Oggi ci sono persone che continuano il lavoro cominciato da me 40-45 anni fa, e credo che quella sia un'enorme rivoluzione perché apre dei mercati enormi.
Si apre un periodo dove saremo portati a inventare e scoprire, quindi a essere creativi. La creatività è questo: quando si crea qualcosa di innovativo c'è la felicità, e la felicità è qualcosa che tutti rincorrono.

Secondo lei il design fatto a mano, gli oggetti unici e auto-prodotti, saranno disponibili nel mercato a prezzi più accessibili? Se sì, come sarà possibile?
Non capisco il termine "auto-prodotto", ma penso che il mercato sarà fatto di pezzi in serie, ma unici. Il nostro mestiere di designer è quello di fare pezzi multipli, che poi ognuno sia diverso è un altro discorso. Non devono essere fatti per forza a mano, basta un intervento manuale. L'importante è lasciare libertà ai materiali – oggi estremamente vivi e vitali rispetto a quelli tradizioni – e realizzare così pezzi unici. Lasciare libertà al materiale significa fare un lavoro molto più ricco di quello che faremmo pensando solo con la nostra testa, imponendo il nostro volere in modo rigido al materiale che si sviluppa. Io ho sempre sguinzagliato il materiale e lui ha fatto cose straordinarie. Migliori di quello che farei io.

Lei vive in Usa, Paese che lei ha definito conservativo. Secondo lei, che è sempre stato un nomade, per un giovane designer è più stimolante un paese come il suo o uno più aperto, come per esempio l'Olanda? 
Io penso che il meccanismo sia questo: un italiano probabilmente dovrebbe andare in Olanda. Un olandese invece dovrebbe venire in Italia. I francesi negli Stati Uniti. Chi sta a casa propria rischia la routine, la noia, la ripetizione. Non è che tutti devono andare in Olanda, anche perché in Olanda le industrie sono tenute da quattro incompetenti e i grandi creatori olandesi vengono in Italia, dove gli industriali sono aperti a ricevere idee innovative.
Quando ho lasciato l'Italia per scoprire il mondo, ho fatto la cosa migliore che potessi, perché ho potuto capire le nostre contraddizioni e scoprire un'enorme varietà creativa.
Bisogna imparare che le Verità non esistono, che non c'è una logica uguale per tutti, che i valori sono diversi. Questo è quello che ho imparato e se i giovani potessero farne esperienza penso sia una gran cosa. Il fatto che gli Usa siano conservativi, lo è per certi settori, come l'architettura, il design, la moda – tutto ciò che è creatività nuova. Gli Usa sono un paese nuovo, quindi vogliono certezze.

Perché quest'anno ha messo l'Italia in croce durante la Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano?
Perché penso che l'Italia soffra molto. La classe politica che dovrebbe servire il Paese, pretende invece di essere servita. Questa gente ci ha fatto perdere il ruolo di protagonisti nel mondo, perché nel passato noi eravamo un esempio positivo per gli altri. Pensiamo alle piazze e alle chiese italiane, ideale e riferimento per tutti... Oggi siamo invece un esempio negativo. 
Abbiamo perso la voglia di fare, i nostri politici non proiettano grandi progetti e quindi tutti soffrono. I giovani sono senza lavoro, non hanno ideali o ne hanno pochi. Il nostro Paese patisce, allora metterlo in croce serve a far capire che questa situazione non può perdurare, o è la fine. 
L'anno scorso ho suggerito al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, vista la situazione economica italiana, di spostare il luogo del suo messaggio di fine anno là dove ci sono uomini e donne che con il loro lavoro portano prestigio all'Italia. Per esempio, perché non fare il discorso da una factory dove si fa design italiano? Darebbe prestigio all'Italia. Dimostrerebbe la dinamicità del Capo dello Stato, porterebbe nuove idee e aprirebbe un ciclo: ogni anno, infatti, il Presidente parlerebbe da un luogo di eccellenza produttiva diverso, onorando gli operai delle fabbriche e del design italiano.
Mi ha risposto, gentilmente, dicendo che lui preferisce fare il discorso da casa sua perché è la casa di tutti gli Italiani. Allora, ho controbattuto, quando andrò a Roma, chiederò di dormire al Quirinale con un materassino gonfiabile e vediamo se me lo permettono…
È un peccato non capire cosa potrebbe essere utile al paese. Tra i servizi che i politici potrebbero fare al Paese c'è anche il riconoscimento dei valori di chi porta prestigio, ovvero immagine e affari al proprio Paese.

Con la sua opera provocatoria a Venezia ha proposto di tornare a ciò che ci ha reso grandi: "fare". A partire da quali progetti secondo lei?
Perché il ponte sullo stretto di Messina deve essere una copia del Golden Gate di San Francisco? Possiamo essere più originali. Io ho proposto un ponte sostenuto da 20 pilastri-edifici, ognuno dei quali rappresenta una regione italiana e progettato da un architetto nativo della regione stessa. Nell'edificio trovano spazio show room e hotel dove ogni regione può mettersi in mostra e per visitarlo può volerci una settimana. Quest'idea potrebbe proseguire la tradizione dei ponti abitati che solo l'Italia ha nel mondo.
Inoltre, ho calcolato con un team di ingegneri newyorchesi che questo ponte costerebbe 2 miliardi e 800 milioni in meno di quello attualmente in studio.

Se si vuole, possiamo tornare ad aiutare le imprese che portano innovazione. E se abbiamo innovazione, abbiamo prestigio.
Questa è una strada che potrebbe riportare all'Italia la leadership nella creatività che ha sempre avuto. L'Italia è ancora un paese, rispetto ad altri, la cui unica ricchezza naturale è la creatività e noi dovremmo giocare soprattutto questa carta, perché il mondo ci riconosce questa identità.
Il design italiano è di gran lunga il più avanzato di qualunque altro. E lo sarà ancora per molto tempo. Non abbiamo bisogno di scuole. Abbiamo bisogno di gente che si dà da fare.

Quali sono le nuove forme di poesia del vivere di cui in futuro avremo più bisogno?
La disuguaglianza. Se viviamo nella disuguaglianza saremo sempre portati a comunicare, perché gli uguali non comunicano. I diseguali comunicano. Più disuguaglianza – ma non economica – semplicemente più diversità umana.










gaetanopesce.com

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